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martedì 1 marzo 2011

Riflessioni su Semasiologia ed Onomasiologia come strumenti di conoscenza di base per il Mediatore linguistico.

Antonio Taglialatela (Scuola Sottufficiali dell’Esercito, Viterbo)


Semasiologia
s. f. [comp. del gr. σημασία «significato» e -logìa]. – In linguistica, sinonimo meno comune di semantica, tranne che nel significato opposto e complementare a quello di onomasiologia, come studio cioè dei vari significati assunti da uno stesso segno linguistico nel tempo e nello spazio.


Onomasiologia
s. f. [comp. del gr. ονομασία «denominazione» (der. di ονομάζω «nominare») e -logìa]. – Ramo della linguistica, sviluppatosi verso la fine del sec. XIX, che studia le diverse realizzazioni, all’interno di più lingue o dialetti, o anche all’interno di un’unica lingua, dello stesso concetto, ossia quali significanti corrispondono a uno stesso significato (è pertanto complementare, inversamente, alla semantica, che studia quali significati corrispondono a uno stesso significante).


Abstract
ENG: The society we live in today is clearly multiracial. Italy currently has, for instance, more than 2.000.000 immigrants and their number is progressively increasing. The remarkable presence of foreigners in our cities, therefore, requires a complex system of necessities and rights which need to be taken into serious account, above all by the Institutions. We should be promoting these different cultures and traditions to be integrated although this is apparently in progress. In such a scenario, the linguistic inter-mediation plays a fundamental role, as this represents the best means to welcome immigrants and allow their integration into any community. For this reason, a mediator is supposed to have a personal background of strong intangible assets and capabilities which transcend their sole language skills. However, since this paper refers to the linguistic field in particular and we are taking into consideration the linguistic disciplines of semasiology and onomasiology, these two appear to be valuable and useful tools amongst the relevant competences of a linguistic and cultural mediator. In fact, only a thorough analysis and an exhaustive consideration of the use of an appropriate terminology within its relevant field can help get an appropriate mediation and here is what this short paper tries to highlight.




ITA: Viviamo in una società sempre più multietnica. Si calcolano attualmente in Italia più di 2.000.000 di immigrati, ma il numero è in progressivo aumento. La presenza massiccia di stranieri che popolano le nostre città fa emergere un complesso sistema di bisogni, esigenze, diritti che necessitano di risposte concrete. Dobbiamo muoverci nella prospettiva di una rapida ed efficace integrazione tra culture e tradizioni diverse tra di loro. In questo contesto gioca un ruolo determinante la mediazione, che è lo strumento per favorire l’accoglienza e l’inserimento degli stranieri in un dato Paese. Il mediatore deve essere, perciò, dotato di varie capacità di base che trascendono le sole abilità linguistiche. Tuttavia, riferendoci in questa sede principalmente al campo linguistico, prendendo in esame gli ambiti della semasiologia e della onomasiologia in particolare, dobbiamo sottolineare come questi siano strumenti di analisi assai importanti nella rosa di competenze del mediatore linguistico-culturale, in quanto l’analisi e la riflessione approfondita relative all’uso dell’appropriata terminologia aiutano ai fini di una corretta mediazione ed evidenziare ciò rappresenta lo scopo di questo breve contributo.


1.La Semasiologia
La semasiologia parte dall’unità lessicale, la parola, per studiare i vari significati che tale parola può assumere di volta in volta a seconda del contesto. Essa può trovare applicazione in vari campi, dal linguaggio visivo di un fotografo o di un artista che creano un’immagine (per cui, in tal senso si partirebbe da un’immagine anziché da una parola), al pensiero verbale di uno scienziato o di un matematico che può essere rafforzato ed esposto al meglio attraverso esemplificazioni grafiche dei concetti (in tal senso, si partirebbe invece da una rappresentazione grafica), fino a giungere alla scrittura vera e propria.
Nella scrittura in particolare una parola può prestarsi a diversi significati.
Il termine “porta”, ad esempio, può essere inteso come infisso, corredo del gioco calcio, un valico di montagna, o come verbo se non inserito in un contesto esplicativo che ne indica la natura, le dimensioni o lo stile.
Il termine “riso” può essere inteso come la facoltà del ridere, o come pianta originaria dell’Asia sud-orientale oppure come insieme di piccoli grani bianchi ricchi di albume amilaceo largamente usati per preparare vari tipi di vivande.
Il termine “resto” può essere inteso come ciò che rimane di un tutto a cui è stata tolta o è venuta meno una parte, oppure come azione del rimanere in un luogo o in una posizione riferita alla 1a pers. sing. del pres. indicativo.
E ancora, il termine “posta” può essere inteso come corrispondenza, come posto assegnato o stabilito per fermarsi temporaneamente o per stare definitivamente (in ital. antico), come luogo di sosta o di soggiorno degli animali, e con questo significato, ant., si conserva ancora in qualche uso locale, come, per es., in Puglia, dov’è sinonimo di stazzo, addiaccio; oppure, sempre in riferimento alle varianti regionali, “posta” in Campania indica l’ufficio postale. Ancora, può essere inteso come participio passato, e quindi, risultato dell’atto del porre, del mettere, o posizionare e nell’italiano popolare antico, “posta” può essere inteso anche come postema, ascesso. E via discorrendo.


Per altre parole, invece, basta un accento a fare la differenza, come in “àncora” (strumento della nave) e “ancóra” (per indicare la prosecuzione di una azione); oppure “pèsco” (come albero da frutta) e “pescò” (come azione al passato dell’attività del pescare); “giòco” (come attività che ha come scopo la ricreazione e lo svago) e “giocò” (come azione al passato dell’attività del giocare). E si potrebbe continuare ad oltranza. Come già accennato, dunque, la semasiologia diventa assai rilevante in ambito linguistico e nell’ambito della stessa mediazione linguistica.


Anche in altre lingue si verifica lo stesso fenomeno e, nella fattispecie in inglese, essa si applica principalmente a verbi che possono fungere da sostantivi e viceversa, e, anche se con minor frequenza, a sostantivi che possono fungere da aggettivi. Per esempio, citiamo il termine “point”, che può essere inteso come punta di un coltello, di una matita, di uno spillo, oppure in riferimento ad una posizione o a un luogo, oppure, ancora, come questione o argomento, oppure in riferimento ad un punteggio, o come verbo e quindi attività dell’indicare, del mirare o del puntare.
A ben guardare, altresì in italiano la parola “punto” può assumere vari significati: in riferimento ad un punteggio che si ottiene per un qualsivoglia motivo, oppure in riferimento alla terminologia adoperata da un sarto, o da un infermiere si riferisce ai punti di sutura. E può essere inteso, anche in italiano, come verbo al presente, o persino come segno d’interpunzione, significato quest’ultimo non presente tuttavia in inglese, che adopera, al contrario, il termine “full stop”.
Un’altra parola molto diffusa nel linguaggio quotidiano è “book”. Anch’essa può assumere vari significati in base al contesto in cui si colloca. Infatti, può essere intesa in senso generico come libro, ma come libretto nella terminologia bancaria, o libretto in riferimento all’Opera, oppure addirittura come azione del prenotare un viaggio o un biglietto nel campo del linguaggio turistico.
Si può ben notare, dunque, come un significante, qualsiasi sia la lingua, sia esso scritto, parlato o simbolico, rivela il suo significato specifico solo nel contesto in cui viene inserito e utilizzato.
Altro esempio, è il termine inglese “leaves”, che può essere adoperato tanto nel significato di foglie di un albero quanto come azione del partire o lasciare riferita ad una terza pers. sing. del presente.
È sorprendente apprendere in seguito a tali osservazioni, come un termine generico possa tranquillamente diventare all’occorrenza un termine specialistico.
Un ulteriore esempio in tal senso è il termine “bond”, che in generale può essere inteso come vincolo, ma nella terminologia specialistica dell’economia indica l’obbligazione, mentre in quella dei chimici sta ad indicare il legame tra gli elementi all’interno di una reazione.
E’ opportuno precisare, tuttavia, che la terminologia specifica non è intercambiabile. Il seguente esempio ne è la prova: in inglese, “cushion” è la parola che indica il cuscino in genere, ma “pillow” è la parola che indica il guanciale. Tale esempio trova riscontro anche in italiano: cuscino (da divano, da sedia, da letto) ≠ guanciale (SOLO da letto). Da ciò si comprende anche come non siano ambigui i concetti, ma i termini che li denotano .


In conclusione, si può affermare che tutto ciò avviene poiché è insito nella natura della lingua inglese essere duttile e creativa, come sostenuto anche da Paola Giunchi, Università La Sapienza, in occasione del convegno annuale dell’Associazione Eurolinguistica-Sud presso il campus interuniversitario di Pomezia. Infatti, il sistema linguistico inglese consente di attribuire ad una stessa unità lessicale funzioni diverse e ciò lo rende altamente e facilmente fruibile. Sarà forse questa una delle ragioni per cui viene considerato una lingua globale o, come definita dal Prof. Castorina dell’Università la Sapienza, un’eurolingua? Ci sentiamo di concordare con convinzione.


2.La Onomasiologia
L’onomasiologia parte dal concetto e ne studia i modi di realizzazione, cioè i modi in cui esso viene definito e/o designato.
Per meglio spiegare l’onomasiologia citiamo un libro del 1965, in cui il Mounin osservava che ogni civiltà suddivide il mondo in oggetti secondo i propri bisogni; così là dove le lingue europee possiedono solo il vocabolo “palma”, le lingue bantu, ad esempio, dispongono di una cinquantina di vocaboli per distinguere cose che noi, invece, nel vero senso della parola, confondiamo .
E ancora, in altro contesto, che il simposio abbia ricoperto nella vita greca un ruolo importante, è un dato assodato. Ma evidenziare, al contrario, che esistono ben 2.300 nomi che a vario titolo costituiscono il lessico greco dei vasi, è sicuramente un dato di ben altra portata. Innanzitutto perché tale impegno nella lessicalizzazione in questo determinato settore supera di gran lunga il momento spicciolo ed immediato della funzione quotidiana, e ci parla di una articolata serie di bisogni che scandiscono tempi diversi, realtà sociali diverse, materiali di costruzione, sistemi di fabbricazione e forme diverse, nonché, proprio nell’onomasiologia, anche realtà geografiche ed aree linguistiche differenziate . A titolo esemplificativo, si guardi all’interferenza del lessico dei vasi con il lessico dell’anatomia del corpo umano. Il vaso, infatti, è fornito di χείλη = labbra (cfr. Hom., Od. 4,132; 616; Hes., Op. 97, etc.), di τράχηλος = collo (cfr. Theop. Com. 55,2 P.C.G. VII 733 Kassel-Austin etc.), di πτερνίς = piede (cfr. Alex. 329, C.A.F. II 406 Kock, etc.), di ώτα = orecchie. Da ciò, non è difficile comprendere perché, trattando di onomasiologia, si parli spesso di archeologia della lingua , e vale a dire, scavare fino alle origini della lingua stessa per comprenderne le evoluzioni semantiche e lessicali, storiche e sociologiche. E non è difficile comprendere come da un concetto generico, che può essere quello di “collo”, si può poi giungere a capire perché si sia definito proprio con tale termine quel particolare dell’anatomia umana o di un vaso. Né tantomeno è difficile comprendere perché l’onomasiologia sia complementare, inversamente, rispetto alla semasiologia.




3.Conclusioni
Alla luce della nostra analisi e delle nostre osservazioni, possiamo di sicuro affermare che ciascun sistema linguistico rappresenta una sorta di mondo fantastico, mai completamente esplorato, in continua ed incessante evoluzione e al cui studio, ci sentiamo di dire, pochi prediletti hanno accesso. Il nostro breve contributo ha cercato di evidenziare l’importanza di come discipline linguistiche quali la semasiologia e l’onomasiologia possano essere utilizzati come validi strumenti di analisi di questo mondo fantastico, prefiggendosi esse di non tralasciare né il piano puramente formale e lessicale, né quello più prettamente semantico, e da questo si è poi dedotto che in molti casi il mediatore linguistico deve essere pronto a fungere da forte anello di congiunzione tra lingue e culture diverse e che per farlo necessita di conoscenze linguistiche e culturali, corredate da una buona dose di intuizione, molto ben consolidate, partendo da quelle relative alla propria lingua e cultura.




Riferimenti sito- e bibliografici
Per il supporto nelle definizioni dei termini in italiano, dizionario Treccani online:
www.treccani.it


Per il supporto nelle definizioni dei termini in inglese, dizionario Hoepli online:
www.hoepli.it e
www.wordreference.com


Paola Radici Colace, Cultura come lessico e lessico come cultura: i lessici tecnici e il recupero dell’aspetto materiale e scientifico del mondo greco, in Atti del 3° Convegno di Cultura e Lingue Classiche, Palermo, 29 ottobre – 1 novembre 1989, cit. pag. 201-203.


David Crystal, English as a global language, Cambridge University Press, 1997, cit. pag. 1.


Carlo Forin, Intervista sull’Archeologia del Linguaggio, 12 marzo 2010.


Georges Mounin, Teoria e Storia della Traduzione, traduz. ital, Torino 1965, p. 79, citato da Nenci, art. cit., p. 174.


Mariateresa Zanola (a cura di), Terminologie specialistiche e Tipologie testuali -Prospettive interlinguistiche-, Pubblicazioni dell’ISU Università Cattolica, Milano, 2007, cit. pag. 35.